Jeans Jesus: i Jeans dello scandalo

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Uno dei capi più longevi della storia se pensiamo che i primi modelli sono comparsi a metà Ottocento, il jeans occupa un posto nell’armadio di chiunque. È stato il simbolo di intere generazioni, ha conquistato il cinema, ha accompagnato la donna nel delicato percorso verso l’emancipazione, ha supportato i giovani in lotta contro la società; è riuscito addirittura a scandalizzare, sfiorando il limite della blasfemia.

Chi di voi non ha sentito parlare almeno una volta del folle slogan dei Jeans Jesus?

Era il lontano 1970 e la vena provocatoria del fotografo Oliviero Toscani mixata alla fantasia ironica a dissacrante del pubblicitario Emanuele Pirella diede vita ad uno slogan tra i più indisponenti della storia, ma paradossalmente in linea con il particolare nome del brand che avrebbero sponsorizzato. Il provocante fondoschiena della modella Donna Jordan strizzato in un paio di aderentissimi hot-pants di Jeans Jesus era incorniciato dalla frase evangelica “chi mi ama mi segua“.

La reazione dei benpensanti dell’epoca è facilmente intuibile: dopo le prime affissioni si mossero magistratura, chiesa e politica; i vescovi condannarono duramente l`immagine e l`allusione, e la stampa italiana non fece altro che parlare dei jeans.

Lo scandalo e le infinite polemiche spinsero addirittura intellettuali dal calibro di Pier Paolo Pasolini a scendere in campo per criticarne l’immoralità nell’articolo dal titolo “Il folle slogan dei jeans Jesus”, pubblicato nel 1973 da “Il corriere della sera”, criticando in primis il potere e l’autorità della merce. La nuova borghesia capitalistica si sentiva così forte da poter addirittura dettare un comandamento: il consumismo, la necessità di apparire si affermava per Pasolini come nuova religione.

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