Due immaginari vintage per Pinocchio

Il 7 luglio del 1881 usciva su un inserto per ragazzi del “Fanfulla” la prima puntata di uno dei romanzi più conosciuti e ristampati nella storia: le Avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi.

Due riduzioni cinematografiche di Pinocchio hanno segnato per sempre il nostro immaginario italiano vintage fra ‘70 e ‘80.

Il Pinocchio della Walt Disney, già vintage e all’epoca venne rivitalizzato dall’home video e dai passaggi televisivi a colori. E poi il Pinocchio nostrano (Luigi Comencini, 1972), realizzato in più puntate per la Rai, con un magnifico Nino Manfredi, che nei panni di Mastro Geppetto divenne rapidamente il “Babbino” della nazione.

Iniziamo dal cartone animato Disney (1940), che usa attentamente gli outfit per caratterizzare i protagonisti.

Il Grillo Parlante è reso saccente e noioso agli occhi dello spettatore bambino da un frac stretto, i bottoni del panciotto a vista, il cilindro nero scassato e così credibile… e poi guanti calzati appena, che il Grillo fa volteggiare insieme al bastone. Un bastone di stile nella somma povertà, ombrello all’occorrenza, ma anche bacchetta e prolungamento di un indice sempre pronto ad ammonirci.

Già, perché una buona Coscienza non può che essere seria e distaccata come un perfetto gentiluomo degli anni ‘40, cortese amatore d’arti e poesia, quasi certamente un insegnante fra le gioie dell’intelletto e le pene degli stipendi che vanno corti come una giacchetta di seconda mano.

Se il Grillo è così particolareggiato, Pinocchio è il tipico scolaro senza giacchetta: ceto sociale meno che povero, neanche una cartelletta per quei libri stretti da una cinghia. I calzoncini corti – in quegli anni si portano anche d’inverno – identificano qui l’età precoce del burattino animato.

La fata turchina ha un abito lungo a spallina stretta, come fosse una camicia da notte, ma il taglio sbieco rivela una linea sartoriale molto di moda negli anni Quaranta. Il busto disegna il seno e il cordino fa da cinta a sottolineare appena la vita: tipico sobrio abito da sera dell’epoca. L’anno di realizzazione rispecchia in pieno la moda del momento.

Il Pinocchio di Comencini viene raccontato in cinque puntate e per questo ci piace chiamarlo come si dovrebbe, uno sceneggiato, rarità nel mercato odierno delle serie e telefilm fiume.

In questa pellicola televisiva i costumi non hanno identità contemporanea anzi spaziano tra il retrò e la fantasia, senza voler dare una connotazione temporale specifica al racconto.

Il Gatto e la Volpe, rispettivamente Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, sono quasi vestiti di stracci, vivono alla giornata, come certi sciuscià neo e post-realisti, fra espedienti, inganni e truffe. Il superlativo Geppetto Manfredi, è invece un falegname con il gilet e la manica della camicia arrotolata, sopraffatto dalla magia e dalla felicità di poter donare cure parentali. Il suo abbigliamento sempre inadeguato sembra non turbarlo e con esso affronterà intemperie e disavventure, alla ricerca dell’adorato Pinocchio.

Indimenticabile, infine, Lionel Stander, americano, qui come un Mangiafuoco più grosso di se stesso, abiti da Freak californiano o homeless newyorchese, che si perdono nell’enorme e spaventosa capigliatura tuttuno con la barba.

Alberta Spezzaferro

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